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Home Comm.ne Infanzia e Adolescenza Relazione alla Commissione Infanzia e Adolescenza - L'affido (3/3)

Relazione alla Commissione Infanzia e Adolescenza - L'affido (3/3)


Commissione parlamentare per linfanzia e ladolescenzaRilanciare l'affidamento familiare in Italia

Premesso che la legge n.184/1983 ha affermato quanto segue:

• Il minore ha diritto ad essere educato prioritariamente nell'ambito della propria famiglia, precisando che le condizioni di indigenza dei genitori non possono essere di ostacolo all'esercizio del diritto del minore alla propria famiglia,a favore della quale vanno disposti interventi di sostegno e di aiuto.

• Il minore temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo è affidato ad un'altra famiglia, preferibilmente con figli minori,o ad una persona singola, in grado di assicurargli il mantenimento, l'educazione, l'istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno.

• Il minore di cui sia accertata dal tribunale per i minorenni la situazione di abbandono perché privo di assistenza morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi , purché la mancanza di assistenza non sia dovuta a causa di forza maggiore di carattere transitorio, è dichiarato adottabile e deve essere adottato da coniugi aventi i requisiti che sono previsti dalla stessa legge n.184/1983.

• L'inserimento del minore in una comunità di tipo familiare è consentito quando non sono attivabili gli interventi sopra riportati.


Si constata che:

• Il diritto del minore a crescere in famiglia non è però un diritto esigibile in quanto la realizzazione degli interventi (aiuti alle famiglie d'origine, affidamento, ecc.) è condizionata dalla disponibilità delle risorse dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali.

• Sebbene la legge attuale sia stata modificata nel 2001, solo due Regioni (Emilia- Romagna e Lombardia) hanno modificato i regolamenti di gestione regionali dopo questa data. Generalmente a livello regionale esistono disposti di eccellenza di intervento che tuttavia rimangono lettera morta non trovando applicazione nella pratica.

• Diverse provincie e diversi comuni applicano la normativa con disposti locali differenti in termini di modalità di gestione e di contributi. In taluni casi esiste una discrezionalità applicativa o interpretativa da parte del singolo operatore locale.

• Scarsità di risorse umane nel sostenere e accompagnare le famiglie nel corso dell'affido;

Lentezza della giustizia che, invece di intervenire in modo tempestivo per dare certezza al futuro del bambino, spesso lascia che i minori diventino maggiorenni senza assumere alcuna decisione.


Si ritiene necessario:

Impegno. Un rinnovato e corale impegno che passi innanzitutto attraverso l'adozione di livelli essenziali di interventi a favore dei minori, delle famiglie di origine, delle famiglie affidatarie, e lo stanziamento delle necessarie risorse finanziarie a livello locale. Le buone prassi nell'affido sono sempre giustamente invocate, ma esse devono essere connaturate alla natura del minore e del suo vissuto e non al vissuto professionale o gestionale del servizio psicosociale.

Promozione e priorità. Occorre rilanciare a tutti i livelli, istituzionali e non, la promozione dell'affidamento familiare inteso come strumento che integra, senza sostituire, il ruolo delle figure genitoriali, assicurando ai minori adeguate cure, mantenimento, istruzione e relazioni affettive. Occorre altresì attuare i percorsi di affidamento familiare con sempre maggiore consapevolezza, declinando, senza erronei automatismi, il principio normativo della prioritaria scelta dell'affido familiare rispetto all'inserimento in comunità ed integrandolo nel più ampio ventaglio degli interventi e servizi sociali per i minori e la famiglia.

Normazione. Occorre creare un fondo per l'infanzia a carico delle Regioni, con voci specifiche vincolate. Soltanto in questo modo le normative possono essere applicabili a livello locale (magari destinando fondi dell'infanzia ai centri sociali).

Organizzazione. Occorre assicurare in tutti i territori del Paese l'istituzione dei servizi per la famiglia e, tra questi, dei servizi per l'affido, dotati di sufficiente e stabile personale socio-assistenziale e sanitario, preposto alla realizzazione ed al sostegno degli affidamenti familiari.

Monitoraggio. Occorre completare e potenziare il sistema di monitoraggio dei servizi ed interventi di tutela del diritto dei minori alla famiglia al fine di assicurare rilevazioni ed analisi aggiornate e puntuali sugli aspetti quantitativi e qualitativi del fenomeno e di attivare banche dati nazionali e regionali dei minori fuori famiglia.

  1. • Dare applicazione al disposto nazionale mediate l'attivazione di un tavolo regionale di monitoraggio e controllo ove siano siano presenti le associazioni di famiglie con ruolo deliberativo e con un numero di rappresentanti pari a quello degli esperti: è necessaria una parità tra componenti esperti nell'analisi e componenti esperti nell'esperienza.
  2. A ricadere si dovrebbe: formulare un tavolo locale (provinciale o sovracomunale o comunale) di monitoraggio degli affidi in cui sempre paritetica sia la presenza delle associazioni rispetto agli addetti ai lavori e dove sia vincolante l'opinione delle associazioni con relazione scritta di approvazione o di non approvazione degli atti. Gli atti possono essere la relazione annuale o il bilancio sociale e amministrativo di gestione della risorse e degli esiti in termini di efficienza. In quest'ultimo caso rendendo obbligatoria la restituzione degli esiti di valutazione di efficienza anno per anno in modo da rendere possibile il cronologico del servizio con indici di performance in relazione all'attività propria e del contesto sociale in cui opera.
  3. In molti casi (sempre troppi) vi è stata una assenza di restituzione dell'attività svolta e un ricorso ad autostima valutativa assolutamente irrealistica rispetto alla situazione in atto. In molti casi la distanza tra Associazioni di famiglie affidatarie e istituzioni si è allargata, ma in altre si è avuta la comprensione e la reciproca stima a svolgere un ruolo fondamentale per i minori affidati. Nei casi in cui si è provveduto ad una valutazione esterna delle attività svolte dai servizi istituzionali (restituzione attraverso una terza parte), in troppe situazioni si è agito in modo sbagliato chiamando a fare valutazioni singoli professionisti pagati dall'istituzione stessa che, per palese conflitto di interessi, hanno finito con produrre rapporti apologetici o comunque più basati sull'opinione che su una analisi metodologicamente corretta della situazione.
  4. Il punto nodale è che la valutazione dell'attività del servizio istituzionale deve passare attraverso gli utenti e non attraverso dati emendati, percezioni interne, opinioni autovalutative. Questo tipo di valutazione serve per il confronto interno di gestione, ma è cosa diversa dalla valutazione dell'attività svolta a favore dei minori affidati.

Prevenzione e flessibilità. Occorre potenziare il ricorso alle forme di accoglienza e di sostegno che prevengono l'allontanamento del minore dal nucleo familiare, quali l'affidamento diurno, il mutuo-aiuto tra famiglie, l'accoglienza congiunta madre-bambino, nonché favorire interventi precoci che agendo quando i minori sono ancora piccoli ed i problemi non ancora incancreniti, ridimensionino o evitino del tutto il crearsi di situazioni pregiudizievoli. Parimenti occorre sviluppare forme di intervento sempre più flessibili ed adeguate ai variegati bisogni di cui i minori e le famiglie sono portatori (affidi di neonati, affidi omoculturali, affidi di disabili, accompagnamento all'autonomia degli affidati che raggiungono la maggiore età, ...).

Valutazione, progettazione, vigilanza. Occorre assicurare che la realizzazione degli affidamenti familiari si basi su adeguate valutazioni diagnostiche e prognostiche della situazione familiare e personale dei minori, si sviluppi secondo un progetto individuale condiviso dai vari attori, si accompagni ad un costante monitoraggio dell'andamento del percorso.

Ascolto e consenso. Occorre che nei percorsi di affidamento familiare siano garantiti adeguati spazi di ascolto del minore – in misura della capacità di discernimento – e della famiglia di origine, dei quali va promosso e sostenuto il consenso ed il coinvolgimento attivo, anche nei casi in cui si rendono necessari provvedimenti di allontanamento, favorendo, ove ve ne siano le condizioni, il ricorso agli affidamenti consensuali disposti dai servizi sociali locali, anche al fine di riequilibrare il rapporto percentuale tra questi e gli affidamenti giudiziari. Parimenti va assicurato l'ascolto degli affidatari nei procedimenti civili in materia di potestà, affidamento e adottabilità dei minori affidati.

Sostegno e continuità. Occorre assicurare forme adeguate di preparazione, sostegno ed accompagnamento ai minori, alle famiglie d'origine ed alle famiglie affidatarie, in preparazione, durante ed al termine dei percorsi di affidamento familiare, anche al fine di custodire, per quanto possibile e nell'interesse del minore, la continuità delle relazioni affettive tra i soggetti coinvolti.

Chiarezza e durata. Occorre tenere ben distinte le diverse finalità dell'affidamento familiare e dell'adozione dei minori, superando improprie commistioni e confusioni, regolamentando bene le adozioni in casi particolari, sviluppando con le istituzioni preposte (Regioni, enti locali, magistratura minorile, ...) condivise modalità di intervento nei casi di affidamenti ad esito incerto, definendo le condizioni per il contenimento della durata degli affidi e per un corretto e consapevole ricorso agli affidamenti di lungo periodo che devono comunque essere sostenuti da un progetto monitorato con regolarità.

Responsabilità e sussidiarietà. Per raggiungere questi obiettivi è fondamentale che le Istituzioni riconoscano la responsabilità civica dell'associazionismo tra famiglie affidatarie nella promozione del bene comune, e ne valorizzino il ruolo, per migliorare l'integrazione degli interventi e l'approccio di rete all'affidamento familiare.


Considerazioni conclusive

Il punto di partenza del percorso di tutela del minore attraverso l'affido etero-familiare dovrebbe essere l'attuazione della prevenzione secondaria, intesa come quell'insieme di interventi di aiuto/sostegno/affiancamento delle famiglie in condizione di disagio e a rischio per prevenire l'instaurarsi di comportamenti patogeni e gravemente pregiudizievoli per i figli. Giocare di anticipo prevenendo il disagio grave è possibile se vengono rispettate almeno due gruppi di regole. Il primo rivolto alle famiglie e il secondo rivolto ai servizi.

1. Famiglie. Bisogna agire nel contesto familiare attraverso la cultura dell'infanzia, la politica per l'infanzia, i servizi per l'infanzia e la famiglia e le istituzioni scolastiche. Inoltre, bisogna agire sull'ascolto del minore: un ascolto collettivo per conoscerne i bisogni, e successivamente un ascolto personale empatico, che riguarda per quel particolare bambino.

2. Servizi psicosociali. Innanzi tutto devono essere portatori di una cura meticolosa nella trasmissione delle informazioni all'interno delle istituzioni rispettando priorità e rigore metodologico. Infine, acquisire un modo di pensare integrato, tanto radicato da far scattare meccanismi automatici di comportamento efficace integrato (le buone prassi).


Queste due direzioni di intervento di tutela sono fondamentali, ma spesso sono disattese per superficialità e per mancanza di azione che combini ragione e passione. Si ricorda soprattutto il punto di partenza che spesso viene citato nello studio e nella stesura dei rapporti, ma che poi trova applicazione debole: la cultura dell'infanzia.

Per queste ragioni sono da incentivare le relazioni formative di rete tra operatori a livello sia locale che nazionale, e le relazioni di rete tra famiglie attraverso l'associazionismo locale e nazionale.

Permane in molti casi il senso di fastidio delle istituzioni ad operare con trasparenza con le Associazioni di Famiglie affidatarie e la tendenza a far rimanere le situazioni tra gli addetti ai lavori evitando confronti e discussioni con un eccesso strumentale di ricorso alla "privacy" e al "segreto istruttorio" (anche quando poi i casi sono a tutti ben conosciuti). La cautela protettiva ha senso per il minore, ma quando la si applica esasperandola diviene improprio e sospetto strumento di autoprotezione istituzionale.

Servizio e famiglie affidatarie svolgono un ruolo sociale e per fine istituzionale devono rendere conto delle attività che svolgono ed essere valutate e giudicate per quanto svolgono per i minori affidati. L'eccesso di cautela protettiva è segno di insicurezza e certifica una considerazione ancora debole delle competenze e dei ruoli di servizio istituzionale e di volontariato attivo. Il nodo vero non sono i pochi operatori che sbagliano, ma le condizioni di lavoro generali con operatori troppo spesso lasciati soli ed eccessivamente responsabilizzati.

Le buone prassi in campo psicosociale esigono una conduzione collegiale (che è però spesso avulsa culturalmente dalla formazione dell'operatore. Questa deve essere pratica formativa dell'istituzione); esigono un accurato processo valutativo e di restituzione dell'attività professionale (che è spesso non considerata dalle strutture istituzionali, oppure è svolta come sostegno dell'attività svolta piuttosto che fase di approfondimento critico). A fronte di questi processi mediatici ingiusti globalmente per servizi e famiglie accoglienti (sono persone che operano in zone di frontiera sociale, quindi hanno un alto rischio e responsabilità), ci si può difendere non arroccandosi in "chiusi fortini", ma dando trasparenza e permeabilità collettiva ai dati oggettivi istituzionali.

A critiche generalizzate ed ingiuste bisogna rispondere con trasparente correttezza istituzionale e con alto grado di scientificità non sospetta. Questa è la sola strada percorribile, per questo bisogna far nascere strutture di controllo formate da operatori psicosociali e rappresentati degli utenti che operino con atti trasparenti ben comunicati all'opinione pubblica, quali ad esempio i team territoriali di tutela dei minori. Deve formarsi un organo che vigili, corregga i comportamenti impropri e difenda le corrette assunzioni di responsabilità di un agire sociale per il bene comune.



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