Il CARE: tempo di bilanci

È venuto il tempo dei primi bilanci. In questi ultimi mesi, il CARE, Coordinamento delle associazioni di famiglie adottive e affidatarie in Rete, il cui statuto ha preso luce solo nell’Ottobre 2011, ha ottenuto risultati notevoli, forse impensabili per chi non ne conosce la storia e la stoffa. Partiamo quindi da questa storia, perché solo così si comprende appieno la portata di quanto avvenuto tra giugno e luglio, con l’audizione in Bicamerale, la presentazione di prime proposte in materia di adozione e affido e con la nomina all’interno della Commissione Adozioni Internazionali (CAI). 

I primi incontri del CARE iniziano nell’autunno del 2009, quando un’associazione di famiglie adottive a carattere nazionale e dieci anni di storia alle spalle, Genitori si diventa, constata la necessità di uscire proprio dalla CAI stessa, per la difficoltà che si era creata a portare in maniera efficace la voce e le istanze delle famiglie. Era il tempo in cui le famiglie italiane tornavano dall’Etiopia con figli con età fortemente presunte e storie differenti da quelle scritte sui documenti, era il tempo in cui la Cambogia era attraversata da una nuova crisi sull’attuazione delle adozioni internazionali in assenza di strumenti di garanzia per il controllo di quanto avveniva, era il tempo in cui da fonte statunitense uscivano notizie sulle problematiche ingenti riguardanti il Vietnam. Potrebbero essere citati altri paesi, altri problemi. L’eticità e la professionalità delle prassi, la trasparenza degli interventi nell’adozione internazionale sono argomenti da alcuni accantonati come problemi per chi “non si sporca le mani”. Tuttavia, su questi nodi si schiantano ancora oggi tante famiglie italiane che adottano all’estero, ed è proprio su questi nuclei di criticità che si possono creare difficoltà che si protraggono nel tempo. Dunque eludere tali nodi era impossibile. Ed è proprio per questo che sulla spinta di questa “uscita” dalla CAI è stata lanciata la proposta a tante associazioni di incontrarsi, di fare rete, di guardarsi in faccia.
I tempi erano maturi. La risposta è stata notevole e da quel primo incontro a Bologna nel 2009 ne sono venuti tanti altri. Incontri che hanno visto protagoniste tante associazioni famigliari (AF) molto differenti tra loro ma tutte simili nella volontà di mettere al centro i bambini e le bambine, nel riconoscere che il modo reale per farlo era quello di valorizzarne le famiglie (di origine, adottive, affidatarie), nella convinzione che per realizzare un organismo credibile e rappresentativo a livello istituzionale fosse essenziale saper confrontarsi e ascoltarsi per essere propositivi in maniera forte. Proprio perché tutto questo non restasse a livello astratto le AF che hanno dato vita al CARE hanno deciso di incontrarsi dal vivo periodicamente (tre volte l’anno), di condividere idee e progetti con continuità grazie ai mezzi e-mail, di non puntare tutto e subito sull’apparire ma di passare un lungo periodo a discutere di contenuti, obiettivi e modalità. E’ per questo ad esempio che il sito del Coordinamento CARE è arrivato solo recentemente, perché quel che contava non era dichiararsi online ma costruire un’immagine virtuale solo quando fosse definita e chiarita la realtà concreta del Coordinamento. Questa volontà di concretezza è stata declinata subito impegnandosi su tematiche calde (come quella della “scuola”) grazie alla costituzione di “tavoli di lavoro” interni cui partecipavano rappresentanti delle associazioni coinvolte. In questa maniera ha visto la luce il CARE, nascendo quindi pregno delle esperienze di AF che da anni lavorano sul campo sull’adozione e l’affido e che su tali tematiche hanno accumulato storia e pratica. CARE è dunque amplificatore di tutto il lavoro che le AF fanno da decenni, e per questo ha scelto di essere associazione di associazioni con uno statuto definito, una strutturazione democratica ed un bilancio trasparente. Sono le AF a fare la forza del CARE, sono loro che portano in CARE la voce di tante famiglie dalla Val d’Aosta alla Puglia e alla Sicilia. 
Le AF nascono per bisogni chiari ed evidenti: il bisogno del sostegno quando si è famiglie accoglienti. Perché accogliere significa misurarsi con l’altro da sé e con la sofferenza di questo altro da sé, con le conseguenze di storie difficili e complesse in cui i bambini sono stati traditi dagli adulti che li avevano in carico. Accogliere significa certamente “sporcarsi le mani”. Significa esserci quando altri non ci sono stati, significa farlo spesso a dispetto di un mondo poco etico, poco professionale, poco attento. Significa farlo, in genere, da soli ed è per questo che nascono le AF. D’altra parte è così che sono nati anche tanti Enti Autorizzati (EA) per l’adozione internazionale, proprio nel mettersi assieme, nell’aiuto reciproco per portare avanti le prassi adottive all’estero. Naturalmente ognuno l’ha fatto a modo suo e c’è chi in questo si è concentrato nell’”efficacia” della prassi (“portare in Italia sempre più bambini e sempre più velocemente”) e chi ha cercato di metter al centro le famiglie. Facendo tutto questo gli EA si sono presto scontrati con la necessità (giustissima) di una sempre maggior professionalizzazione e con l’aumento di costi (sia per cause estere che interne). Ed è nata una certa confusione che andrebbe risolta. Perché gli EA dovrebbero essere fieri della propria professionalità, perché in essa, quando è declinata al meglio, quando è competente, quando è seria ed etica, danno il meglio di sé. Cosa di meglio c’è di una cooperativa sociale, di un’agenzia del terzo settore, che operi con cura e professionalità, che stia attenta all’eticità delle prassi, che sia pienamente trasparente e democratica, che sia attenta nelle fasi di abbinamento e accanto nelle fasi post adottive? E’ naturale pensare che chi adotta si augurerebbe solo questo. 
Invece vari EA sembrano, a volte, voler quasi mettere in ombra questo lato “professionale”, come se tale risultasse un abito troppo stretto, ingombrante per quel germe volontaristico che fu alla base della loro nascita, per questo forse, alcuni, sembrano desiderare essere anche o soprattutto movimenti di base, AF nel senso più viscerale del termine. Ma non lo sono. E non lo sono per ovvi motivi: le pratiche adottive costano (e costano ancora in una maniera non sempre chiara e trasparente). 
Per questo motivo, quando il CARE fu fondato, venne deciso che gli EA non avrebbero potuto essere tra i soci. E nessuna tra le AF che partecipò a quei dibattiti iniziali mai ebbe dubbi, tanto era chiara la profonda differenza tra le AF fondanti il CARE e gli EA. Anche per questo il CARE non ha voluto restare movimentistico, destrutturato, con regole leggere e poco vincolanti, ma ha scelto la strada erta di darsi una struttura e uno statuto, definendo chi è socio e chi no, mettendo limiti (ampi) e definendo contorni. Non per escludere, ma nella consapevolezza che troppa confusione e incoerenza hanno solo danneggiato, finora, le famiglie italiane. Grazie a questa coerenza di fondo, grazie alla capacità di essere puntuale e preciso e al tempo stesso di saper aprirsi e ascoltare ogni AF, da quella microscopica alla più grande, da quella “nata ieri” a quella “nata venti anni fa”, il CARE ha fatto tanto. Perché le Istituzioni hanno bisogno di interloquire ad un livello alto con le famiglie accoglienti italiane, ricevendone la voce in maniera chiara, rappresentativa, distillata dopo un lavoro profondo a valle di discussione e di analisi.
Dunque il CARE è nel tavolo di lavoro del MIUR nato dalla spinta che nel 2010 Genitori si diventa diede al tema scuola scrivendo all’USP Milano e al Ministro dell’Istruzione di allora, Gelmini, e raccogliendo centinaia di firme di genitori, operatori, AF e molti, davvero tanti, EA. Il CARE è in questo tavolo non come esperto (il gruppo del MIUR ha al suo interno chi saprà individuare esperti da ascoltare sul tema senza difficoltà) ma come motore propulsivo e come voce delle istanze famigliari. Le famiglie non si sotituiscono mai ai tecnici, il valore delle famiglie sta nelle loro storie ed esperienze ed il ruolo dei coordinamenti di AF è quello di dar voce a queste esperienze. Tanto basta. Tanto è fondamentale.
E’ stato contattato dalla Regione Lazio per la firma del Protocollo Operativo regionale in materia di adozioni nazionali e internazionali elaborato dal Comitato tecnico di coordinamento della Regione Lazio e con la partecipazione delle Associazioni familiari.
E’ entrato in contatto con l’ISTAT per l’inserimento nei futuri censimenti della voce riguardante le adozioni per quanto riguarda l’acquisizione della nazionalità italiana dei bambini adottati internazionalmente.
E’ stato ascoltato dalla Commissione Bicamerale per l’Infanzia e l’Adolescenza dove ha potuto parlare, per esempio, di quelli che sono i costi veri che le famiglie adottive hanno bisogno di abbattere e che non sono solo quelli delle pratiche, ma soprattutto quelli della preparazione prima e del sostegno dopo l’adozione, come anche dei passi legali finali necessari per quel che riguarda la pari maternità.
E’ stato nominato in CAI dove la sua Presidente opera rappresentando le famiglie italiane che adottano internazionalmente, non solo le oltre 5000 che orbitano attorno alle 21 AF che compongono il CARE, ma tutte. Tutte quelle famiglie che desiderano un’informazione chiara sulle pratiche adottive estere, che vogliono sapere con certezza a quali costi andranno incontro e soprattutto vogliono che siano certificati e certificabili, che desiderano sapere precisamente quali leggi estere si stiano affrontando e che conseguenze comportino e soprattutto vogliono sapere che tutti gli attori in gioco stiano facendo di tutto, non per “accaparrarsi più bambini”, ma per dare al maggior numero di bambini e bambine possibili, con onestà e sincerità, una famiglia che sia per sempre, non accettando storie poco chiare o situazioni al limite del lecito. Questi valori rappresenta il CARE in CAI.
Gli va augurato buon lavoro, perché è solo all’inizio.